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Giacomo Zanella nacque a Chiampo (Vicenza) il 9 settembre 1820 e morì a Cavarzere il 17 maggio 1883. Studiò nel seminario di Vicenza e lì imparò ad assorbire quello stile e quel gusto raffinato che ne fece un bravo poeta ed un elegante scrittore. Egli ebbe il merito di aprire nuovi orizzonti alla poesia ed alla prosa preludendo al verismo moderno. Ordinato sacerdote nel 1843, divenne professore di lettere e filosofia nello stesso seminario dove era stato studente, ma fu sospeso dall’insegnamento in conseguenza degli avvenimenti politici del 1848 che trovarono quel giovane schierato con l’Italia. Ritornò in cattedra nel 1857 e, dopo l’annessione del Veneto all’Italia (1866) fu nominato ordinario di lingua e letteratura italiana all’università di Padova, di cui fu rettore nel anno 1871-’72. Quattro anni dopo (1876) si ritirò a riposo. La sua nomina alla docenza ed alla reggenza dell’università patavina è uno dei non pochi esempi che dimostrano che il giovane Regno d’Italia non era né ateo né contro la Chiesa, tranne qualche frangia. Zanella aveva imparato a verseggiare già da studente e coltivò questa sua passione componendo poesia d’occasione e traducendo dalla Bibbia, dai latini, dai greci e da vari poeti moderni, specialmente inglesi. Autore di “Versi” (1868), che gli acquisì fama e simpatia, “Sopra una conchiglia fossile”, “Paralleli letterari”, “Storia della letteratura italiana dal settecento ai nostri giorni”, sono altre sue opere. Fra le poesia si annoverano “A mia madre”, “La veglia”, “La religione”. Zanella è un poeta patriottico e sociale: esprime l’entusiasmo per la raggiunta unificazione nazionale, anche se ciò è attenuato dallo sconforto per la discordia che si manifesta nella vita politica del nuovo Regno; egli lamenta anche la miseria in cui vivono i contadini fra necessità e impossibilità a farvi fronte. Talune delle sue poesia esprimono una serena contemplazione della natura e della vita campestre. Fra le sue opere emergono principalmente: “Versioni poetiche”, “Vita di Andrea Palladio”, “Della letteratura italiana nell’ultimo secolo”, “Canti dell’Astichello”. Quest’ultima opera fu composta presso la sua Villa di Vicenza dove trascorse serenamente gli ultimi anni, dopo aver abbandonato l’insegnamento a causa di lutti familiari. Egli usciva, in quel tempo, non più quando il sole era alto, ma all’aurora, quando cioè la luce era discreta e più adatta a ricordare il suo passato. Sedeva sulla riva del fiume e osservava i buoi mentre scendevano ad abbeverarsi. Udiva in lontananza il fischio di una locomotiva e rifletteva sull’inutilità dell’umana gloria. I “Canti dell’Astichello” sono un vero e proprio specchio delle sue emozioni che, però, sono attenuate da una fede profonda nella divina provvidenza che tempra la sua anima di nuova freschezza e lo induce ad una malinconica rassegnazione. È questo lo stato d’animo di un uomo che si prepara a lasciare il mondo dopo averlo lui stesso esaltato e nel quale ha intravisto la felicità della gloria e della rivelazione divina. Giacomo Zanella, che oltre a Vicenza ed a Padova, aveva insegnato anche a Venezia, lasciando di sé un ottimo ricordo, fu un poeta di alto e nobile intelletto, un docente ed un cittadino esemplare, un sacerdote di alte virtù, si attirò la benevolenza e la stima anche perché rifulse in lui il proposito di conciliare la scienza con la fede, avviando la poesia su nuove strade moderne, come nella celebra ode che s’intitola “Sopra una conchiglia fossile nel mio studio”. Purtroppo uscì dal giro della vita scolastica, andando a riposo, nel 1875, a 56 anni, in forma anticipata perché si ammalò, ma molto avrebbe ancora potuto dare, specie col suo esempio molteplice. Scrisse anche “Milton e Galileo”, “Microscopio e telescopio”, ma se c’è un’opera presente in quasi tutte le antologie scolastiche che appartenga a Giacomo Zanella, quest’opera è sicuramente “Sopra una conchiglia fossile”. Lampertico commenta così l’opera zanelliana: "Il Poeta, contemplando una conchiglia fossile, ha la visione degli oceani primaevi dove il mollusco visse, delle terre primeve dove ancora non è comparso l’uomo. La remota antichità del pianeta non personifica per lui la vecchiaia. Nata ieri l’umanità, cui Dio commise di conquistare il globo con la Croce, alla giustizia ed alla pace, ha un lungo nei secoli misterioso domani, dopo il quale soltanto muteranno le sorti e le vie dell’astro…”. In un’antologia scolastica del 1917 Zanella è presente con una sua poesia dal titolo: "A Camillo Cavour dopo il ‘66”. Fra l’altro in essa afferma: “Quando dell’Etna alla fremente riva/ i mille veleggiavano, portarvi,/ calando sotto il mar la man furtiva,/ le balde navi/ sparver gli avversi troni: e del tuo spiro/ che percorrea dei novi abissi il seno/ la possa irresistibile sentiro/ Adria e Tirreno./ Itali fummo. Ed esultavi allato/ D’Emanuele in Campidoglio atteso/ Quando cadevi e dell’Italia il fato parve sospeso”.
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L’edificio è formato da due piani, dalla palestra e dalla centrale termica. Al piano terra si trovano l’ingresso principale dal quale si accede a quattro aule didattiche, all’aula magna, all’archivio, alla sala docenti e all’ambulatorio medico con annessi tre locali per uffici. Attraverso un corridoio si arriva poi ad un’aula specifica per l’educazione musicale, un’altra aula a disposizione per attività di piccoli gruppi, due locali spogliatoi, un deposito attrezzi e la palestra. Al piano rialzato si trovano sette aule didattiche, un’aula d’informatica attrezzata con 15 computer, un gabinetto scientifico, un’aula specifica di educazione artistica e due aule per le attività di sostegno. In entrambi i piani vi sono servizi igienici sufficienti per alunni, alunne e docenti. Al piano superiore si accede attraverso un’ampia scala oppure usando un apposito ascensore. L’edificio è provvisto di scala di sicurezza esterna che dà accesso ad un cortile recintato e chiuso da cancello. Nell’anno scolastico 1998-'99 il Comune ha provveduto ad adeguare gli impianti elettrici e termici alle norme di sicurezza. |